Padiglione Italia per Expo Dubai 2020: intervista ai progettisti Carlo Ratti e Italo Rota

Dopo la scelta del progetto con cui l’Italia prenderà parte all’Esposizione Universale del 2020 prendono la parola i progettisti Carlo Ratti e Italo Rota. In questa intervista ad Artribune raccontano genesi ed obiettivi del padiglione nazionale.

Il Padiglione Italia per Expo Dubai 2020 racconta il tema del viaggio provando, per così dire, a “incarnarlo” attraverso il trasferimento via mare di tre barche. Da quanto si apprende dovrebbero sostare a Dubai, per poi essere riutilizzate. Cosa avverrà lungo l’itinerario del viaggio? Come sarà restituito, nel padiglione, il senso di questa operazione? In un certo senso sembra che questa azione possa quasi “anticipare” l’apertura dello spazio espositivo…
La partecipazione italiana si intitola La bellezza unisce le persone. Il nostro progetto risponde a questo tema pensando a una bellezza non statica ma relazionale – una bellezza che scaturisca dall’esperienza del viaggio come scambio e di apertura. Il padiglione, costruito in Italia, arriva a Dubai via mare, contenuto in tre grandi imbarcazioni che dopo l’approdo diventano il tetto dell’edificio. Abbiamo pensato ad un’architettura dinamica, che solca il mare prima dell’Expo, si trasforma in spazio espositivo e può continuare dopo la fine dell’Esposizione Universale.

Parliamo proprio dell’impiego degli scafi in copertura: qual è la genesi di questa idea e quali sono, se ci sono, i vostri riferimenti? Nelle prime dichiarazioni avete fatto riferimento a un gesto antico e “carico di valori storici”: questa è l’occasione per chiarire un aspetto che, come noto, ha generato reazioni contrastanti.
Nell’antichità i navigatori del Mediterraneo, al loro arrivo su lidi sconosciuti, giravano le proprie imbarcazioni e le usavano come primo rifugio. Le barche sono state per millenni un’architettura primordiale per le popolazioni costiere, quasi un equivalente della capanna di Laugier. Lo racconta magistralmente Buckminster Fuller, che nel secolo scorso identificava nel guscio di un’imbarcazione una sorta di archetipo architettonico che univa il Giappone alla Scandinavia: “La parola giapponese per il ‘tetto della casa’ è la stessa che significa ‘interno della barca’. Durante i loro lunghi viaggi […] i popoli navigatori giravano le loro barche all’incontrario, primo rifugio di terra per proteggersi dalle intemperie”. Questa tradizione continua ancora oggi in molte parti del mondo: ad esempio nel villaggio Equihen-Plage in Francia, o nella piccola isola di Lindisgarne non lontano da Edimburgo. Al di là dei riferimenti storici, ci piaceva l’idea di un’architettura mobile. Il padiglione, costruito in Italia, avrebbe dovuto comunque viaggiare via mare a Dubai. Invece di impacchettarlo e spedirlo in nave dentro a container, perché non immaginare un’architettura capace di solcare i mari?

Come saranno articolati gli spazi interni del padiglione? Cosa potete anticiparci in merito all’allestimento?
I percorsi espositivi saranno marcati da un’ascesa e da un graduale avvicinamento ai gusci delle imbarcazioni che, appoggiate su pilastrini verticali, creano tre grandi navate, separate da due grandi piazze. Tutta la narrazione verrà creata attraverso installazioni che si riallacciano alla contemporaneità dell’Italia e non soltanto al suo passato.

I render ci mostrano questi “pilastrini” e ampie superficie trasparenti, anche in copertura. Focalizziamoci quindi sui materiali e sugli aspetti costruttivi, anche rispetto ai vincoli previsti dall’ente organizzatore.
Questo padiglione non sarà, come spesso capita, un “black box”, una scatola chiusa che crea sfondi neri per le proiezioni cinematografiche. Sarà invece un padiglione atmosferico, leggero, permeabile. Proprio per questo, una delle innovazioni tecnologiche sarà legata al trattamento dell’aria e alla capacità di rispondere alle condizioni esterne. Quasi come se fossimo a bordo di un’imbarcazione.

In quale modo il Padiglione Italia si relazionerà con il resto dell’area espositiva?
I gusci delle tre imbarcazioni poggeranno su file di pilastrini, e una delle facciate sarà una sorta di parete digitale trasparente: uno schermo sul quale proiettare immagini, dati, notizie che raccontino il Padiglione. Da sempre ci interessano l’architettura responsiva e le facciate narranti: il Padiglione Italia continuerà questa ricerca, creando un luogo riconoscibile da qualunque punto dell’area di Expo.

Nel Padiglione Italia intendete portare avanti un “approccio circolare”. Su quali punti di forza si basa questo proposito?
Uno dei cardini sono proprio le imbarcazioni, che nascono in Italia, si trasformano in spazio espositivo, e continuano a vivere in molteplici forme dopo il 2020.

L’accoglienza del Padiglione Italia ha suscitato un certo dissenso. Qual è la vostra posizione rispetto alle opinioni emerse? Quali sono le vostre considerazioni/riflessioni in seguito a quanto avvenuto?
L’accoglienza internazionale è stata molto buona, a tratti entusiastica. In Italia la risposta è stata più variegata, ma è naturale: il nostro Paese all’inizio carbura sempre lentamente. Ricordiamoci il caso di Expo Milano 2015, partito tra mille polemiche, ma diventato poi il successo che sappiamo. Siamo sicuri che sarà così anche questa volta. Se prendiamo le cose invece dal punto di vista metodologico, l’architettura deve far discutere. Siamo grandi sostenitori dell’idea di “critical design”, sviluppata negli ultimi anni da Anthony Dunne e Fiona Ruby: il progetto come processo capace di stimolare un dibattito pubblico. Ben vengano quindi suggerimenti, incoraggiamenti e critiche, che ci aiuteranno a migliorare.

(Artribune, 22 marzo 2019)

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